In Cisgiordania continuano senza sosta gli attacchi quotidiani organizzati dai “giovani delle colline” con la protezione dell’esercito israeliano contro i villaggi palestinesi. La sacrosanta autodifesa degli abitanti del villaggio di Tell, vicino alla città di Nablus, contro l’ennesima aggressione avvenuta il 23 luglio, ha dato al governo Netanyahu-Ben Gvir-Smotrich il destro non solo per fare una nuova strage nel villaggio, ma per preparare una vasta operazione di distruzione, terrore, arresti di massa in tutta la Cisgiordania contro Nablus, Jenin, Ramallah, Hebron, Betlemme, e numerosi villaggi, minacciando di “fare come a Gaza”. Intanto, nella martoriata Striscia di Gaza, l’esercito israeliano ha allargato la “zona gialla occupata” fino al 76% del territorio e vi sta costruendo un muro che la divide dagli 83 Kmq lasciati alla futura amministrazione del Board of Peace trumpiano, dove si ammassano 2.000.000 di palestinesi sotto tende di fortuna, in condizioni sottoumane. Sulla situazione della Cisgiordania, riportiamo l’articolo pubblicato sul numero 4/2025 di Rivoluzione Comunista.
L’ANNESSIONE DELLA CISGIORDANIA AVANZA
MENTRE A GAZA CONTINUA IL GENOCIDIO
Il programma israeliano di annessione di tutta la Cisgiordania risale alla Guerra dei Sei Giorni del 1967 ed è stato perseguito da tutti i governi del paese: laburisti, di destra e di estrema destra. L’attuale governo Netanyahu-Ben Gvir-Smotrich ne ha accelerato l’esecuzione fin da quando ha preso il potere, il 29 dicembre 2022, quindi ben prima dell’attacco portato da Hamas il 7 ottobre 2023 ai Kibbutz confinanti con la Striscia di Gaza. Durante il 2023 la popolazione della Cisgiordania è stata oggetto di attacchi mortiferi, condotti dalle bande organizzate dai sedicenti Giovani delle Colline, armate e protette dall’esercito, che hanno devastato villaggi, pascoli e campi ed ucciso degli abitanti, mentre il governo inventava ed utilizzava nuovi meccanismi di vessazione amministrativa contro la popolazione delle città. Dopo il 7 ottobre 2023, Israele ha esportato in Cisgiordania il “Metodo Gaza”, applicandolo senza remore per far intervenire in alcune città roccaforti della gioventù palestinese ribelle (Jenin, Nablus, Tulkarem, Nur Shams) i reparti corazzati e l’aviazione, che hanno distrutto dalle fondamenta interi quartieri, assassinato chi tentava di resistere e poi espulso oltre 40.000 abitanti. Quindi, all’ombra del genocidio in corso a Gaza si è svolta in parallelo la strategia del massacro e dell’annessione della Cisgiordania, che ha colpito la popolazione palestinese di circa 3.000.000 di persone, ridotte in miseria, oppresse da un controllo terrorizzante, private del proprio territorio o della possibilità di gestirlo, poste di fronte all’alternativa di abbandonarlo ed emigrare o di non poter vivere e sopravvivere.
Il salto di qualità sulla via dell’annessione della Cisgiordania
13 O.N.G. israeliane[1], di difesa dei diritti umani e pacifiste, riunite in The Platform-Israeli NGOs for Human Rights, hanno pubblicato nel mese di novembre 2025 il Joint Situation Report - 58 Years of Occupation, The Two-Year War in Gaza, che è un documento prezioso, perché si compone di dati raccolti sul campo mediante un’attività continua, coraggiosa e puntigliosa di difesa pratica e legale dei diritti dei palestinesi. Questo Rapporto, che è il terzo della serie, documenta la situazione creatasi dal 7 ottobre 2023 al 2025 e si divide in 5 parti: Striscia di Gaza; Cisgiordania; Gerusalemme Est; Detenzione e Carcerazione; Riduzione degli spazi di resistenza civile contro l’occupazione.
Prima di esaminare il Rapporto, va ricordato che in base agli Accordi di Oslo del 1993 la Cisgiordania, che ha una superficie di 5.655 kmq, è stata divisa in 3 Zone: A, B, C. La Zona A, di 1.018 kmq (il 18% circa), è costituita dalle principali città (Ramallah, Jenin, Nablus, Tulkarem, Kalkilya, Betlemme, Gerico e gran parte di Hebron) ove si concentrano oltre 1.500.000 di abitanti, soggetta al potere amministrativo e di polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese. La Zona B, di 1.244 kmq (il 22% circa), è costituita da 450 villaggi e città minori con una popolazione di poco più di un milione di persone, posta sotto il controllo amministrativo dell’ANP e sotto il controllo di sicurezza misto dell’esercito israeliano e della polizia palestinese. La Zona C, di 3.393 kmq (il 60% circa), è costituita da oltre 300 colonie israeliane (erano poco più di 100 nel 1993), basi militari, terre assegnate al demanio israeliano, vie di comunicazione riservate ai soli cittadini di Israele, il tutto sotto il controllo esclusivo dell’esercito, che vi esercitava anche il potere amministrativo. Il successivo trentennio di occupazione israeliana ha rivelato la natura ipocrita degli Accordi di Oslo, presentati come il viatico – temporaneo - verso la costituzione di uno Stato Palestinese indipendente (Due Popoli Due Stati), mentre erano lo strumento per l’annessione della Cisgiordania ad Israele, a partire dalla Zona C, che per l’appunto è stata da tempo annessa di fatto allo Stato sionista.
Infatti, nella Zona C, che non comprende Gerusalemme Est, la popolazione palestinese è di circa 300.000 persone, mentre la popolazione israeliana è cresciuta da circa 110.000 persone a 465.000 in 30 anni, gli insediamenti coloniali sono triplicati ed alcuni sono diventati centri urbani, ricchi di servizi e comodità. La crescita delle colonie e della loro popolazione è stata decisa e programmata da strateghi politici e militari[2], allo scopo di controllare e soffocare in ogni modo la vita della popolazione palestinese nei villaggi e nei centri urbani vicini: privandola delle risorse idriche dirottate verso le colonie e le nuove città; stringendo il suo territorio in un reticolo di strade moderne riservate ai coloni e vietate ai palestinesi; isolando le città dal loro hinterland e costringendo gli abitanti a utilizzare itinerari secondari, costellati di centinaia di check point, molti dei quali insuperabili; impedendo di costruire nuovi edifici. Questa situazione è durata poco più di trent’anni: negli ultimi due anni ha subito un salto di qualità, come documenta il Joint Situation Report.
Gli apparati legali e burocratici dell’annessione
Il Rapporto esamina innanzitutto le modifiche strutturali al controllo israeliano operate dal governo di estrema destra, con l’appoggio pieno della Knesset (il Parlamento monocamerale), per passare dall’annessione di fatto all’annessione di diritto della Cisgiordania, che dal 1967 è considerato un Territorio Occupato in base al diritto internazionale e pertanto soggetto ad Amministrazione Militare da parte della potenza occupante. Proprio per questa ragione, le Israel Defence Forces – IDF hanno costituito al loro interno la cosiddetta Amministrazione Civile delle Forze Armate per controllare tutta la Cisgiordania fino al 1994 e la Zona C dal 1994 in avanti. A questo marchingegno giuridico si sono sempre richiamati l’ONU, l’UE, gli USA, tutte le altre potenze e la stessa Autorità Palestinese per condannare la illegittimità degli insediamenti coloniali israeliani su un territorio occupato. Tra giugno 2023 e luglio 2024 il governo Netanyahu ha spazzato via questa ipocrisia, decidendo di trasferire le competenze della Amministrazione Civile delle Forze Armate nella Zona C, in materia di urbanistica, agricoltura, foreste, infrastrutture, ecc., ad un apparato governativo non più militare, ma civile, diretto dal ministro delle finanze Smotrich e da un suo delegato. In tal modo, tutta la Zona C viene amministrata come parte integrante di Israele, nella quale vige la legislazione israeliana, e non come Territorio Occupato soggetto alle norme interne al medesimo e alle convenzioni internazionali. Di conseguenza, la popolazione palestinese della Zona C, che non ha la cittadinanza israeliana, non ha nemmeno i diritti che aveva quando era soggetta all’amministrazione militare e viene ridotta a vivere nella condizione di persone senza diritti in un regime di rigida apartheid. In secondo luogo, diventando territorio israeliano quello che era un territorio occupato palestinese, decine di avamposti costruiti dai coloni si trasformano da illegali secondo l’ONU in legittimi secondo Israele. Non è dunque un caso che nel luglio 2025 la Knesset abbia deciso di approvare, con 71 voti favorevoli e solo 13 contrari, una risoluzione che sollecita l’estensione della sovranità israeliana su tutta la Cisgiordania, sfidando apertamente l’ONU e l’UE. Così, mentre nella Striscia di Gaza procedeva il genocidio, in Cisgiordania è avanzata l’annessione, che aprirà la via al genocidio.
Il Rapporto denuncia che, sotto il governo Netanyahu-Ben Gvir-Smotrich gli avamposti ebraici legalizzati in Cisgiordania sono stati 32 nel 2023, 61 nel 2024 e 68 nei primi nove mesi del 2025 e scrive: “L’installazione di avamposti normalmente coinvolge la costruzione di nuove strade, alcune delle quali su terreni di proprietà privata palestinese e la recinzione di aree comuni per negare l’accesso alla popolazione locale. Sebbene siano illegali queste azioni sono spesso condotte con una scorta militare e non comportano alcun intervento di tutela della legge. In molti casi, i coloni degli avamposti si impadroniscono di vaste fasce di terra costruendo strutture senza alcuna autorizzazione, portano al pascolo il bestiame su vaste aree, si appropriano delle sorgenti d’acqua e attaccano le comunità locali”. Avamposti, colonie e nuove città israeliane in Cisgiordania occupano ormai il 14%, un settimo, del territorio della regione, un altro 2% è stato dichiarato dallo Stato terra demaniale (su un territorio occupato!), un altro 10% è stato letteralmente rubato ai palestinesi costruendo il famigerato Muro di Separazione oltre la linea di confine israeliana anteriore al 1967, detta Linea Verde: quindi è chiaro che la Risoluzione di Annessione della Cisgiordania, votata dalla Knesset, cammina su gambe veloci, mentre si moltiplicano a migliaia le costruzioni di abitazioni per israeliani e si negano i permessi di costruire alla popolazione palestinese[3]. Sotto il governo Netanyahu, poi, questa politica tracima dalla Zona C alla Zona B, nella quale il potere amministrativo dovrebbe essere riservato all’Autorità Palestinese, cui però il Comando Militare israeliano lo ha tolto in una vasta area della Zona, nota come Accords Reserve.
Il Gabinetto di Sicurezza del governo Netanyahu, nel maggio 2025, ha poi reintrodotto nella Cisgiordania occupata il possesso di un “Certificato di Proprietà Catastale” come condizione essenziale non solo per costruire, ma anche per dimostrare la legittima proprietà dei terreni da parte della popolazione. I registri catastali erano stati sospesi dall’autorità militare israeliana nel 1968 e tali sono rimasti per 58 anni di occupazione. Adesso, la perfidia giuridica dei seguaci dei rabbini fondamentalisti, introduce nuovamente la registrazione catastale per ridurre i palestinesi, che non hanno più avuto accesso al catasto e quindi non possono dimostrare di aver registrato i passaggi di proprietà successivi al 1968, ad occupanti senza titolo della propria casa o della propria terra, da cui possono essere espulsi. E questi terreni senza legittimo proprietario potranno essere assegnati allo Stato occupante, che li utilizzerà per costruire nuove colonie e intere città.
La violenza della legge è la legge della violenza
Come si vede, il Rapporto descrive in modo esauriente i nuovi spietati meccanismi legislativi e giuridici dell’annessione della Cisgiordania in corso. Tuttavia, è chiaro che questi meccanismi non potrebbero funzionare senza la violenza organica dello Stato sionista e dei suoi coloni contro la popolazione palestinese, cui sono dedicati i capitoli su: ”L’attività militare in Cisgiordania”; “La violenza dei coloni e le espulsioni conseguenti”; “Le restrizioni sulla libertà di movimento”; “Le demolizioni punitive delle abitazioni”; “Il blocco degli aiuti umanitari”.
Per prima cosa, il Rapporto mette in luce che in due anni, tra il 7 ottobre 2023 e il 7 ottobre 2025, in Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est) sono stati uccisi 1001 palestinesi, di cui 210 bambini, 20 donne, 7 disabili, oltre a migliaia di feriti: “L’aumento delle vittime colpite da militari è direttamente collegato a regole d’ingaggio più permissive nell’uso delle armi e all’adozione di pratiche di combattimento utilizzate a Gaza”. Queste pratiche sono state utilizzate nei mesi di gennaio-febbraio 2025 durante l’operazione Muro di Acciaio lanciata contro i campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams e proseguita nell’estate 2025 nella città di Nablus. Tutte queste città si trovano nella Zona A, amministrata e controllata dall’Autorità Palestinese. I massacri praticati dall’esercito e dall’aviazione sono stati funzionali alla distruzione di interi quartieri ed all’espulsione dei loro abitanti. In tal modo, come a Gaza, sono stati espulsi 31.919 residenti ormai privati di tutto: casa, proprietà, lavoro, scuola, salute. E come a Gaza, i quartieri distrutti saranno rimodellati per non rappresentare una minaccia per l’esercito occupante. In più, altre 2.932 persone (di cui 1.126 bambini) sono state espulse nello stesso biennio da 44 villaggi di contadini o pastori in Zona C, destinati a diventare Zona Militare Esclusiva o sede di infrastrutture. Il Rapporto denuncia poi la normalizzazione della pratica del saccheggio di denaro, gioielli, preziosi da parte dei soldati che attaccano le case dei palestinesi; e l’impunità dei militari assassini e saccheggiatori. Sono tutti elementi che integrano i crimini di guerra.
Quanto alla violenza dei coloni, i dati raccolti dall’ONU segnalano 2.660 attacchi contro la popolazione palestinese tra gennaio 2024 e settembre 2025, tesi a ferire o uccidere (33 persone in due anni), incendiare case, impedire i raccolti, distruggere coltivazioni (in particolare storici uliveti), macchinari e auto, rubare greggi e beni di varia natura, effettuare pogroms terrorizzanti e ripetuti nelle stesse località per ripulire dalla popolazione i villaggi vicini agli avamposti[4]. I coloni sono stati armati dal governo, per decisione del ministro di polizia Ben Gvir, e protetti in ogni loro azione dai soldati dell’esercito, che hanno represso i tentativi di resistenza della popolazione palestinese aggredita. Quindi c’è una perfetta osmosi tra la violenza dell’esercito e quella dei coloni.
Infine, il Rapporto esamina le restrizioni al movimento della popolazione palestinese, che sono sempre esistite, ma non avevano mai raggiunto il numero di 849 posti di blocco, censiti dall’ONU nello scorso mese di maggio: sono almeno 150 di più che alla data del 7 ottobre 2023; ed elenca i nuovi divieti di accesso e coltivazione ai propri terreni, imposti ai contadini nelle aree confinanti con la Barriera di Separazione.
L’intollerabile miseria del proletariato palestinese
Secondo il Rapporto, il governo Netanyahu subito dopo il 7 ottobre 2023 ha tolto a 117.000 lavoratori palestinesi il permesso di ingresso dalla Cisgiordania in Israele, ripristinandone in seguito solo 8.000 definiti indispensabili. Il governo ha inoltre tolto ad altri 48.000 palestinesi il permesso di lavoro nelle colonie della Zona C, ripristinandone poi 32.000. Quindi, sono stati eliminati oltre 120.000 posti di lavoro[5].
L’attacco ai posti di lavoro dei palestinesi è stato aggravato dalla decisione presa alla fine del 2024 dal governo di vietare l’attività delle ONG internazionali in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, accusandole di delegittimare Israele. Il 30 gennaio 2025 ha addirittura bandito dai Territori Occupati l’UNRWA, l’Agenzia dell’ONU che assiste da quasi ottant’anni i profughi palestinesi ed occupa migliaia di persone in Cisgiordania.
Questi i dati riferiti dal Rapporto, indicativi della decisione del governo Netanyahu-BenGvir-Smotrich di aggravare la miseria della popolazione palestinese ed in particolare di rendere insopportabili quelle del proletariato. Come sempre, il suprematismo nazionalista-religioso unisce il razzismo all’odio antiproletario, con il risultato ricercato di offrire al padronato israeliano una manodopera palestinese, costretta ad entrare clandestinamente in Israele, pur di pietire un salario di pochi shekel da inviare alle famiglie.
La condizione di semi schiavitù salariale del proletariato palestinese, per ora imposta dalla clandestinità, potrà essere legalizzata nel regime di apartheid che verrà alla luce con la annessione della Cisgiordania, rivendicata dalla Knesset. Questa situazione porta quindi in primo piano la questione basilare e strategica dell’unione di lotta e del fronte proletario israelo-palestinese, questione che approfondiremo nei prossimi numeri del giornale.
(I)
[1] Tra di esse vi sono Breaking the Silence e Combatants for Peace, note anche in Europa.
[2] Primo fra tutti il ministro laburista Allon dopo il 1967 e poi soprattutto dal generale Ariel Sharon, che fu ministro delle Infrastrutture negli anni ’90 e poi primo ministro nel 2000-2005.
[3] Secondo i dati riportati nel Rapporto, nel 2024 il governo ha concesso a cittadini israeliani permessi di edificare 1.165 abitazioni in Zona C. Nello stesso anno, i palestinesi hanno depositato 1.111 richieste e sono stati concessi 3 permessi. Anche la costruzione di un sottotetto dichiarato abusivo può comportare la demolizione dell’intero immobile di proprietà palestinese da parte dell’amministrazione israeliana, che legalizza ogni avamposto dei Giovani delle Colline.
[4] Il Rapporto riferisce 379 attacchi dei coloni censiti nel 2020; 532 nel 2021; 852 nel 2022. Nel solo mese di ottobre 2025 è stato raggiunto il record di 126 attacchi contro 70 villaggi e cittadine palestinesi.
[5] E’ un colpo di maglio micidiale, considerando che secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel 2024 la forza-lavoro complessiva era in Cisgiordania di 996.000, di cui 683.000 occupati e 313.000 disoccupati.